Giusy Rossi, who recently joined Maydan, lives and works in Florence as a youth policy worker. Expert in European planning, she advises the European Commission and the Italian National Agencies in the evaluation of projects. A human rights activist, in 2019 she graduated in sociology and social research with a thesis on Albert Camus and the relevance of his thinking on European policies for refugees and asylum seekers. With this contribution, which honours Algerian culture at a difficult time of questioning their political regime, Giusy invites us to rethink the concept of “foreigner” revisiting Algerian literature.

Giusy Rossi, che ha aderito recentemente a Maydan, vive e lavora a Firenze come operatore per le politiche giovanili. Esperta in progettazione europea, svolge consulenze per la Commissione Europea e per le Agenzie Nazionali Italiane nella valutazione dei progetti. Attivista per i diritti umani, nel 2019 si è laureata in sociologia e ricerca sociale con una tesi su Albert Camus e l’attualità del suo pensiero rispetto alle politiche europee per i rifugiati e i richiedenti asilo. Con questio contributo, che rende onore alla cultura algerina in un difficile momento di messa in discussione del regime politico, Giusy ci invita a ripensare il concetto di “straniero” a partire dalla letteratura algerina.

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La figura di Albert Camus rappresenta ancora oggi l’emblema dell’intellettuale impegnato, un modello di riferimento per il suo sguardo attento, lucido e tagliente sulla miseria della condizione umana, negli anni tragici del totalitarismo del ‘900 in Europa. Scrittore, giornalista, autore di teatro, filosofo, Camus appartiene a una generazione che è cresciuta nella povertà, a ridosso della seconda guerra mondiale, con la guerra civile spagnola, con il conflitto franco-algerino, in cui ogni giorno migliaia di persone rischiavano la vita.

Facilmente saremmo tentati di dividere quel mondo di allora tra vittime e carnefici. Eppure, davanti a questi grandi eventi della Storia, il suo approccio critico ci invita a interpretare la complessità del reale fuori dalle categorie consolidate: Camus ha rifiutato il velo delle ideologie e, al tempo stesso, non ha perso la speranza e la fiducia nel genere umano. La sua visione non si esaurisce nel nihilismo che ha caratterizzato alcuni pensatori esistenzialisti del suo tempo, ma ci offre ancora oggi una prospettiva che può essere di grande ispirazione. Con il suo capolavoro Lo straniero (1942), Camus ci apre all’Altro che è in noi, ci fa incontrare il lato oscuro nella nostra più profonda intimità e l’assurdità del destino umano: un uomo ucciso per un abbaglio e un altro che subisce un processo ridicolo alla fine del quale viene condannato a morte.

Il suo approccio ha il merito di aver riconosciuto un indissolubile legame tra la solitudine dell’uomo (l’assurdo) e la possibilità (nonostante tutto, anzi proprio a partire da questa) di costruire una dimensione di solidarietà collettiva. È tutta racchiusa nella sua famosa frase “Mi rivolto, dunque siamo” con la quale richiama il “cogito ergo sum” di cartesiana memoria, per affermare che invece l’uomo può uscire da se stesso e dalla sua condizione di solitudine, impegnandosi per un ideale di uguaglianza e di giustizia condivisa. Il suo pensiero ci può aiutare così anche a interpretare i significati della crisi contemporanea: un approccio di tipo economico da solo non basta a spiegare la crisi del nostro tempo, occorre uno sguardo filosofico, che ci permetta di arrivare a indagare fino in fondo anche gli aspetti più controversi della coscienza umana.

Guardiamo per un attimo alle sfide etiche che ci riguardano più da vicino, come cittadini europei: la disuguaglianza, le migrazioni forzate, le morti nel Mediterraneo. Davanti a una società sempre più multietnica in cui siamo chiamati a convivere fianco a fianco con la diversità, come possiamo costruire una società aperta, capace di accogliere il punto di vista dell’Altro? Quand’è che l’Altro diventa straniero, e lo straniero un nemico? Come possono le nostre comunità, le istituzioni, e il diritto, includere le istanze provenienti da altre culture?

Ecco che la grande letteratura ci viene in soccorso. Vale la pena qui ricordare che il protagonista del romanzo, Meursault, accecato dalla luce del sole, uccide un arabo sulla spiaggia di Algeri. E la vittima, che rimane un arabo senza nome fine alla fine del libro, se ne esce di scena subito dopo, come un attore minore, per lasciare spazio alla presa di coscienza dell’omicida sulla condizione assurda dell’uomo.

E’ proprio qui, sul terreno dell’immaginazione letteraria, che una storia di finzione si connette all’attualità dei nostri giorni: a quella porta lasciata aperta dal grande romanzo di Camus si affaccia una nuova chiave di lettura, quella delle cosiddette primavere arabe, il risveglio democratico della società civile algerina. Quel grido muto della vittima trova ascolto grazie a una nuova contro inchiesta, ad opera del giornalista algerino Kamel Daoud, che a distanza di 70 anni riscrive il romanzo dal punto di visto opposto, per scoprire chi fosse davvero quella vittima senza nome (Il caso Meursault, 2014). Un gesto simbolico di rivolta davanti alle tante vittime di violenza, di cui si è perso il nome, che assume adesso anche una forma di riscatto popolare e di rielaborazione della memoria, attraverso il suo racconto.

L’invito che ci fanno oggi i due autori a “decolonizzare” il nostro sguardo sembra suggerire che possiamo ricercare un nuovo significato plurale alle parole. Chi è l’altro? Lo straniero, oggi? Dal punto di vista psicologico l’altro è il nostro specchio, è sempre presente e ci rimanda l’immagine stessa della nostra identità, che si costruisce nel dialogo con il diverso da noi.

La presenza dello straniero ci mette sempre davanti a un’ambivalenza di fondo, ovvero egli è al tempo stesso dono e minaccia, ci mette davanti all’ignoto, all’ambiguità, da un lato ci affascina, dall’altro ci spaventa, destabilizza il nostro equilibrio e ci costringe a operare una nuova sintesi. Nelle nostre città globalizzate, la figura dello straniero oggi è senza dubbio il migrante, presenza scomoda che sembra mettere in discussione le nostre certezze e la nostra identità.

Un altro concetto chiave ci arriva dal contributo del sociologo algerino Abdelmalek Sayad che ci suggerisce che l’immigrazione è un fatto sociale totale, che coinvolge la società in ogni ambito, culturale, politico, economico e quindi ogni proposito di intervento dovrebbe appunto considerare tutti questi aspetti. C’è infine la dimensione più intima della condizione del migrante: quella della “duplice assenza”, una condizione di sospensione in cui la persona si lascia dietro le spalle il paese d’origine, perde il proprio ruolo e si avventura verso un ignoto che, specialmente nel caso delle migrazioni forzate, è sì ricco di potenzialità, ma non è per niente definito e, anzi, spesso, molto insidioso, al rischio della vita.

Accostare quindi la lettura de Lo straniero alla contro-inchiesta realizzata da Kamel Daoud svela ulteriori temi di grande interesse: Daoud infatti ha preso la parola, ha dato un volto all’arabo senza nome, ha trasformato questa storia in un’epopea, e, alla luce delle ultime vicende che stanno succedendo in Algeria, sembra incarnare una vera e propria nuova narrazione per il suo popolo. Con la sua riscrittura, l’autore dichiara infatti di voler restituire la dignità di un nome e di una storia personale ai protagonisti che nella stesura de Lo straniero erano rimasti in ombra. Daoud è un giornalista, uno dei principali reporter delle primavere arabe, e al tempo stesso è una personalità molto discussa perché rifiuta di essere ostaggio della storia coloniale: in questo libro, si rivolge infatti ai suoi connazionali che, a suo dire, sembrano addormentati. È importante sottolineare che non si tratta di un romanzo-specchio, non riflette passo passo la trama originaria ma cerca di reinterpretarlo, un pò come succede nella musica jazz, in cui nell’improvvisazione viene reinterpretata una melodia già conosciuta.

In questo caso infatti l’autore ci invita ad andare oltre al ruolo della vittima e a ritrovare una propria autonomia di pensiero e un nuovo protagonismo civico. Alla fine non c’è contrapposizione fra i due personaggi dei due libri: il protagonista del nuovo romanzo infatti alla fine si scopre essere molto simile a Meursault, vivono lo stesso sradicamento nella vita e nella società. Entrambi i romanzi ci lasciano con un finale aperto, ci lasciano in sospeso e in questo modo ci invitano a trovare un nostro significato al finale della storia.

I due autori ci aiutano a riflettere sulla condizione di sradicamento che vivono i due personaggi, alienati: non comprendono la vita e allo stesso modo sono incompresi da chi li circonda, in un certo senso vivono un eccesso di sradicamento molto simile alla condizione di duplice assenza che vivono anche i migranti oggi. Entrambi gli autori si rivolgono alla letteratura convinti del potere salvifico della parola, piuttosto che impugnare le armi; sono infatti accomunati da un rifiuto assoluto della violenza. Ci invitano non tanto a cercare conforto nella memoria, quanto a servirsi di questa come spinta per interpretare l’oggi e interrogarsi sul presente.

Occorre riscoprire la comunità locale come luogo di rigenerazione dei legami sociali, di partecipazione attiva di tutte le sue componenti, compresi gli stranieri residenti. E le istituzioni, siano esse scuole, musei, ospedali o carceri, dovrebbero aprirsi maggiormente al territorio per lavorare in questa direzione e facilitare il dialogo e la convivenza sociale.
Il linguaggio dell’arte, come quello della letteratura, può quindi essere prezioso per il lavoro di comunità, per dar voce alla diversità e ai diversi punti di vista.

Giusy Rossi

 

Riferimenti bibliografici:

Albert Camus, Lo straniero (1942), Edizioni Bompiani, 2015.

Kamel Daoud, Meursault, contre-enquête, Actes Sud éditions, 2014.

Abdelmalek Sayad, La double absence. Des illusions de l’émigré aux souffrances de l’immigré, Seuil éditions, 1999.