In questo contributo, Matias Nestore, socio Maydan, sottolinea il significato innovativo del Manifesto dei laburisti britannici per tutte le forze politiche progressiste. Un atto dichiarativo che è riuscito a spostare la politica dal dibattito tra personalità a quello tra valori. Matias – che ha conseguito un master in globalizzazione e sviluppo presso l’Università di Cambridge – è ricercatore in materia di diseguaglianze territoriali e politica economica in Italia e nel Regno Unito.

 

È passato qualche giorno dalla pubblicazione del Manifesto del partito Laburista per le elezioni del 12 dicembre p.v. nel Regno Unito. Etichettato come fantasia socialista da alcuni, o come mero populismo, atto visionario da altri, è considerato come il manifesto più radicale pubblicato da un grande partito negli ultimi decenni, aprendo alla possibilità di un cambio di prospettiva nella struttura sociale e politica della Gran Bretagna e non solo. I laburisti stanno per affrontare una prova elettorale che li vede in netto svantaggio rispetto ai Tories, i quali fanno del Get Brexit Done il loro punto di forza. D’altro canto, il partito di Jeremy Corbyn ha sofferto di una posizione non troppo chiara riguardo all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, un po’ per non perdere il sostegno dei molti Leavers laburisti, un po’ per le opinioni piuttosto critiche della sua leadership rispetto alle politiche economiche dell’Unione. Inoltre, la gran parte dell’opinione pubblica, sia conversatori che laburisti, non ritiene Corbyn un candidato adatto a diventare primo ministro.

Di fronte a queste difficoltà, la pubblicazione del manifesto del partito laburista appare come uno spiraglio di speranza per invertire non solo la disastrosa rotta che le negoziazioni sulla Brexit hanno preso, ma anche anni di scelte politiche che hanno portato all’aumento delle disuguaglianze nel Paese, con la qualità dei servizi pubblici e l’accesso a servizi base che raggiungono, ad oggi, picchi indegni per un paese ‘sviluppato’ come il Regno Unito. Il documento, pubblicato due giorni dopo il primo dibattito elettorale tra Corbyn e Johnson, è un tentativo di spostare il dibattito su un campo che superi le due principali criticità della campagna laburista: le ambiguità sulla Brexit e la leadership di Corbyn. Per quanto riguarda la Brexit, i Labour propongono un secondo referendum, con una premessa: ovvero che – se non avessimo già assistito a più di quattro anni di dibattiti e fake news sulla questione – sembrerebbe di semplice senso comune portare l’uscita dall’UE a referendum solo dopo aver negoziato un accordo. Ciò permetterebbe di spostare il dibattito a una scelta tra due opzioni principali: una Brexit con opportunità e conseguenze chiaramente delineate, da una parte, e l’opzione di rimanere nell’UE, dall’altra.

Alla questione della leadership, conseguenza di una politica fortemente legata ai personalismi piuttosto che ai programmi elettorali (che è tra le altre cose una delle conseguenze della vittoria dei leavers), si è cercato di contrapporre una visione sociale innovativa, caratterizzata da valori ben definiti, nell’intento di portare il dibattito oltre il Corbyn si/Corbyn no. Mentre il manifesto conservatore ripropone la capacità di Boris Johnson di portare finalmente il Regno Unito fuori dall’UE, con il mantra Get Brexit Done a rimpiazzare quello di Strong and Stable di Theresa May, i laburisti presentano nuovi ideali, prendono posizioni forti sulla green economy, e mettono in discussione il senso comune neoliberale che ha caratterizzato le discussioni politiche negli ultimi trent’anni, sia da parte dei Tories che dei laburisti di stampo blairista. Tuttavia, la necessità di un cambiamento radicale sulle politiche ambientali non è l’unico punto su cui i laburisti prendono posizioni forti. La riattivazione delle aree marginali del Paese, con le proposta di re-skilling i lavoratori industriali, lo sviluppo di un’infrastruttura di trasporto moderna, diritti per i lavoratori e spese in educazione e salute pubblica, hanno tutte un ruolo fondamentale nel nuovo ‘vecchio’ labour, facendo retromarcia su quel New Labour che le aveva gradualmente perse di vista.

In un paesaggio politico dove le destre guadagnano popolarità tra le strade di periferia, all’ombra di stabilimenti industriali ormai abbandonati, la capacità di mettersi in gioco proponendo politiche pubbliche “radicali” a favore dei più svantaggiati, osando di proporre più tasse per il 5% più ricco della popolazione, è fondamentale. Le analisi di diversi economisti mettono in risalto le criticità del manifesto, che spesso tralascia dettagli economici riguardo a come ottenere tali fondi pubblici, ma ne lodano gli intenti. Tuttavia, al di la dell’esito elettorale, il vero valore di questo manifesto è quello di proporre un cambio di paradigma nella politica progressista europea, di essere riusciti a prendere posizioni forti e immaginare obiettivi da raggiungere, che vadano oltre una ri-proposta moderata di vecchi sistemi di welfare e sbiaditi tentativi di affrontare il cambiamento climatico.

Mentre nei giorni del dibattito elettorale le opinioni riguardavano Corbyn, le sue posizioni ideologiche e le sue azioni, oggi tra i laburisti (e non solo) si discute di idee, valori e proposte. Se altri grandi partiti progressisti europei riuscissero a osare un po’ di più, ad avere passioni e visioni nuove per il futuro del proprio paese, e portare la politica a un dibattito tra valori piuttosto che fra personalità, allora forse avremmo una possibilità di invertire la tendenza di molte società a diventare sempre più chiuse e aggressive.

 

1 dicembre 2019.