Reggio Calabria, si presenta l’associazione Maydan. Prende le mosse dalla città dello Stretto una nuova realtà internazionale che promuove la cittadinanza mediterranea anche tramite un Manifesto.

Presentata il 23 luglio 2018, alla biblioteca della villetta ‘Pietro de Nava’, l’associazione ‘Maydan’, nata a margine del festival interculturale calabrosiculo SabirFest.
Una soggettività internazionale, che ha scelto però di avere sede legale e ‘operativa’ a Reggio Calabria, che con mille sbarchi ha incrociato la propria storia recente con quella del Maghreb e dove, più che altrove, c’è penuria di
organismi con una vision larga e internazionale come Maydan.

«Perseguiamo l’obiettivo di una cittadinanza partecipata

così Maria Lucia Parisi, ‘mente’ reggina di Maydan –: in occasione dell’edizione 2017 del SabirFest, la prima svoltasi anche a Reggio oltre che a Messina e a Catania, gli attivisti che promuovevano la manifestazione rimasero molto colpiti dal grande coinvolgimento della gente di Reggio e ritennero interessanti le potenzialità esistenti anche dal punto di vista istituzionale. Adesso diventa realtà un sogno coltivato fin dal 2014, dando ali a un ‘ponte’ culturale,
d’interazione e di crescita».

Tra gli strumenti, il Manifesto della cittadinanza mediterranea:

«Si tratta di uno strumento che ancòra non ha veste definitiva

ha puntualizzato la Parisi –, anche attraverso la nostra piattaforma vorremmo fornire un contributo significativo, delle linee-guida a quel Manifesto che vorremmo fosse un lavoro collettivo, il più partecipato possibile, tanto da non
configurare qualcosa di messo in piedi esclusivamente da attivisti ma, al contrario, da far avvertire una forma di cittadinanza realmente ‘partecipata’».
A sottolineare plasticamente le sinergie col Comune di Reggio Calabria, l’assessore a Welfare e Minoranze linguistiche Lucia Anita Nucera e il presidente della Commissione Pari opportunità Michela Calabrò.

«Abbiamo scelto Reggio Calabria rispetto a varie altre città del Mezzogiorno e
della costa Sud del Mediterraneo che s’erano candidate o erano state
proposte per ospitare la sede di Maydan…

ha spiegato la co-presidente dell’associazione, Anna Lodeserto – perché ci è subito parso chiaro che qui ci sono risorse preziose, non ancora e non più strettamente come in passato relazionate in maniera costruttiva e proficua a livello internazionale, ma anche perché questa città non s’è mai tirata indietro a fronte d’importanti esperienze
di cross partnership». L’obiettivo maestro? «Una mediazione, che miri al Mediterraneo ‘destinazione comune’», nella logica del Manifesto della cittadinanza mediterranea «che promuove l’idea di una cittadinanza estesa, comune», proprio grazie all’allora Sabir Maydan concepito, imbastito e redatto (in forma non definitiva) nell’ultimo lustro. Sullo sfondo, l’idea di «lavorare sulla conoscenza», ad esempio innestando unportale per lo scambio di competenze e d’occasioni professionali tra le due sponde del Mediterraneo, in modo che quest’area torni a essere zona d’incrocio, di scambio e di contaminazione; e di «ribaltare le dinamiche centro- periferia… Non è vero – ha rilevato la Lodeserto – che la Calabria è l’ultima regione dell’area: invece deve tornare a essere il ‘centro del Mediterraneo”, come peraltro effettivamente è».

«Maydan in arabo vuol dire ‘piazza’ – ha fatto presente Debora Del Pistoia, dalla sua Toscana trasferitasi da anni per lavoro in Tunisia –, dunque un momento d’incontro: è così che dal 2014 abbiamo ricercato e creato spazi
d’incontro anche fisico, con momenti fondamentali come il Social forum di Tunisi del 2015 e mediante parole sempre più mediterranee. Creando sempre più piazze, sempre più maydan come quelle del Manifesto, già tradotto in tante lingue» (e l’assessore Nucera, nel rivendicare i “porti aperti” e l’ospitalità tipica dei calabresi, si offrirà di tradurlo in quel greco antico che ancòra si parla in rare zone della Jonica reggina).
Non manca un riferimento alla delimitazione geografica dell’area mediterranea: «Per noi è uno spazio sociale e culturale che include anche l’Europa dell’Est, non solo le zone che fisicamente si affacciano sul Mediterraneo; ora tutti insieme siamo chiamati a costruire un linguaggio nuovo e inclusivo per un futuro di pace».
Ma d’altronde, è stata la chiosa di Lidia Lo Schiavo, «non solo io in qualità di docente di Sociologia all’Università di Messina, ma credo che tutti noi siamo sospinti da questa passione e da quest’intento di costruire: da questo punto di
vista, abbiamo uno spirito, un atteggiamento di ricerca. L’idea quindi è di decostruire gli stereotipi che, talora, sono persino più alti dei muri fisici che in questo o quel Paese vengono costruiti per cercare di dividere ciò che in realtà
è unito. In fin dei conti, il Mediterraneo sarà ciò che uomini e donne dell’area vorranno che sia. Oggi, nella discussione, si fa fatica a uscire da questa ‘cornice’ di respingimenti ed espulsioni. Invece serve una riflessione sul reale frutto della stessa ‘Primavera araba’, bisogna abbandonare le logiche di precisa appartenenza e agire tutti insieme per centrare obiettivi comuni. 

                                    

Come diceva Hannah Arendt, la cittadinanza è il ‘diritto ad avere diritti’, qualcosa che abilita».
Eppure il Manifesto, ha ribadito la Lo Schiavo, ha anche una sua valenza non solo culturale ma anche politica («Non è un problema di politicizzare i contenuti, ma di essere cittadini: ed essere cittadini significa essere presenti
nello spazio pubblico…»).

Oggi, «visto che sembra d’essere tornati a prima del secondo Dopoguerra, con un nuovo razzismo, se permettete anche con un nuovo fascismo…, è importante consegnare strumenti di memoria alle generazioni future: nessuno ha in tasca ‘ricette magiche’, e la pur lodevole ‘maglietta rossa’ non basta.

Dobbiamo creare sinergie, con l’aiuto di tutti».